LA MALA

Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso; e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”. ( George Bernard Shaw) 

La presentazione

La Mala viene dalla parola “mae” che in ligure significa “mare”, ma anche “male”. E’ da questa ambiguità, dapprima linguistica, che parte tutto il lavoro sulla scena. Ci interroghiamo sull’origine del male, prima di tutto il male dentro di noi. La Mala è la storia di un’assassina nata nel mar ligure che tenta di ricomporre i pezzi della propria umanità e disumanità. Partendo dalla narrazione della propria infanzia, della violenza attraversata. Lo spettatore si ritrova inconsapevolmente nell’epicentro di un vortice di sofferenza, violenza e amore dove, sospeso tra grida e momenti di silenzio, trova l’opportunità di afferrare il movimento e la ciclicità della vita, che nel quotidiano spesso ci sfugge.

Note di regia
La Mala è un testo molto intimo. Come regista ho cercato insieme ad Annalisa di ricollegarlo all’universalità, di trovare delle aperture che avrebbero permesso alla figura della mala di diventare un archetipo. La storia di un’ assassina è solo un pretesto per portare avanti la riflessione sull’urgenza di vivere, sullo spreco della vita.
Abbiamo cercato d’attraversare il concetto di morte. D’indagarlo da un punto di vista non comune. Quante volte noi siamo gli assassini delle nostre speranze, desideri, paure ed anche dei nostri lati scuri che molto spesso soffochiamo non potendo accettarli. Paradossalmente ammazzare diventa nello spettacolo un’azione d’amore, una creazione.
LA Mala non è solo un’ assassina, ma una collezionista di sguardi. Cerca di portare le persone al limite, all’ultimo limite, alla soglia tra la vita e la morte perché solo in quello stato riesce ad entrare in sintonia con loro, a percepire il nettare dell’essenza umana che si manifesta nell’ultimo sguardo. “Se questo fosse il tuo ultimo sguardo?” è infatti la domanda che attraversa tutta “l’opera”.
Abbiamo lavorato principalmente su “rompere” la convenzione degli spazi teatrali. Era importante creare un potenziale dialogo con “il pubblico”: un dialogo non solo verbale, ma anche sensoriale, emotivo, empirico. M’interessavano gli elementi legati ai sensi. L’odore ad esempio.
Un altro elemento è la luce. La luce che usiamo non ci serve per creare la distanza con la scena o per far entrare lo spettatore nella narrazione fiabesca. L’uso della luce è subordinato alla funzione di vicinanza con la Mala. La usiamo per illuminare il volto, i volti, per accentuare gli sguardi. Allora il buio diventa un momento generale d’immobilità.

Note di autrice
La Mala nacque in un’estate. Quella del 2012. Avevo appena finito il diploma in canto moderno. Un amico mi propose di rivisitare “Le canzoni della Mala”. Ma non mi sentivo in grado di cantare qualcosa che non mi apparteneva. Non sono nata a Milano. Non ho attraversato il periodo violento degli anni 70. Ho iniziato invece a pensare a quel che mi attraeva dell’idea: la parola mala, la violenza ed il femminile. Mala.. il male.. il mare.. Ho lasciato depositare queste parole, consapevole che il male era il contenitore o il padre di tutto quello che stavo concependo.
Vita e morte sono gli estremi del racconto. Ho sempre pensato alla Mala come ad una figlia. Negli anni, fino alla scrittura e messa in scena del progetto con Elena, avevo un sogno ricorrente: restare incinta di una femmina e perderla. Aborti su aborti che finivano in modi violenti, strani e paradossali. Una volta completata La Mala, sognai il parto. La nascita di lei. Da allora, dalla prima rappresentazione in poi, gli incubi e gli aborti sono finiti.
Ho sempre pensato alla Mala come ad una figlia. Artistica. A qualcosa di più grande di me e verso cui avevo ed ho una grande responsabilità. La Mala è un’assassina. Un ruolo banale probabilmente che nasconde un grido viscerale più grande: il desiderio dell’essere umano di essere riconosciuto per la propria autenticità. Che non è la stessa per tutti gli altri esseri umani.
Nello spettacolo, cucio la mia ferita. Sin dall’inizio porto il pubblico nel mio mondo. E domando, incontrando gli occhi dello spettatore, qualcosa che non avrà mai una risposta soddisfacente per me. Domando l’amore. Quello vero. Quello che si confonde con la puzza, che sa anche di marcio, ma autentico.

Testo: Annalisa Falché

Interprete: Annalisa FAlché

Regia: Elena Rumy